Montagne camune


Vai ai contenuti

storia

Curiosità > Notizie sui mulini

Notizie storiche sui mulini

della Valle Camonica



--------------------------------------------------------------------------------


Uno studio storico sugli insediamenti di mulini in Valle Camonica non può certamente proporsi di datare con esattezza ne le prime forme di macinazione dei cereali ne la costruzione delle prime vere e proprie macchine atte a questo compito.
Non è infatti possibile precisare il tempo e il luogo in cui una forza motrice umana o animale o l'acqua hanno cominciato a muovere la mola, ne tantomeno l'età o il periodo in cui l'uomo preistorico ha iniziato a triturare i cereali.
Certo l'arte del macinare non è antica quanto l'uomo, i nostri più antichi padri si nutrivano presumibilmente di grani interi, ma la sua invenzione è certamente contemporanea ai primi passi che l'uomo fece nella via della civiltà.
Essa è tuttavia riconducibile a "quell'epoca generalmente calda e umida nel corso della quale in diverse parti di Europa, gruppi umani passano dallo stato di raccoglitori a quello di produttori di cibo, sviluppando l'agricoltura e introducendo nella propria coltura materiale le innovazioni che contribuiscono a definire il periodo neolitico" !.
Del lavoro agricolo in Valle Camonica nel periodo successivo a questo, databile intorno al 1000 a.C. e indicato come di passaggio dall'età del bronzo a quello del ferro, sono rimaste numerose tracce nelle scene di aratura presenti nelle incisioni rupestri2.
È facile arguire che accanto alla pratica del lavoro agricolo rivelatore di doti e competenze tecnologiche che non ,potevanp non essere frutto di una già lunga evoluzione e di una antica consuetudine3, doveva essere diffusa la pratica della macinazione dei cereali, frumento e soprattutto segale e grano nero.
Di quest'epoca detta preistorica, studi moderni hanno potuto ricostruire gli usi e i costumi e fra essi si è potuto anche in alcuni casi appurare con quali congegni l'uomo primitivo era solito macinare il grano. Trattasi di congegni formati da una larga pietra leggermente scavata, davanti alla quale il macinatore di grano si inginocchiava e alla superficie della quale faceva, colle due mani, muovere un cilindro di pietra, il quale schiacciava il grano a poco a poco. È del resto lo stesso sistema usato tuttora da alcune tribù dell'America del Nord. Anche in antico Egitto peraltro non si conobbero altre maniere e al Museo del Louvre di Parigi sono osservabili due statue inginocchiate rappresentanti il mugnaio panettiere egiziano al lavoro. Nei tempi antichi non esistevano macine in Egitto e presumibilmente in età preistorica non esistevano macine nell'arco alpino e nella Valle Camonica: la frantumazione, soprattutto della segale, avveniva individualmente con mortai a forma cilindrica e pestelli in legno 4.
La vera macina, cioè una pietra cilindrica girante su altra pietra fissa della stessa forma, apparve invece molto più tardi e, per la prima volta, nel Mediterraneo.
Le origini mediterranee della macina girevole, documentate da innumerevoli testimonianze 5 sono del resto la sola ragionevole spiegazione del fatto che proprio nell'area mediterranea sia nato il mulino ad acqua. Infatti la irregolarità di deflusso propria dei corsi d'acqua di quest'area geografica non sembra favorirne l'uso come forza motrice.
Per questo in certe analisi storiche l'origine mediterranea dei mulini ad acqua è stata presentata quasi come un capriccio della storia, come uno di quei non rari fattori di imprevedibilità e di assurdità che caratterizzano le vicende storiche.
Senza voler razionalizzare ad ogni costo il fenomeno e senza volerne dare artificiosamente una spiegazione, riteniamo tuttavia che, se nella analisi si rinuncia ad ogni tentazione di determinismo economico o geografico, si riesce a trovare anche una qualche spiegazione di questa apparente assurdità.
Nella pluralità dei 'fattori che fanno la storia, accanto all'ambiente naturale o al bisogno economico, dobbiamo collocare anche l'inventiva dell'uomo e i prodotti di questa inventiva che si materializzano nella tecnologia. L'uomo mediterraneo con la sua iniziativa aveva escogitato la macina girevole, e nell'area mediterranea nascono i mulini ad acqua, ad onta di tutte le difficoltà ambientali e geografiche, come naturale evoluzione tecnologica di questa scoperta dell'intelligenza umana.
Dall'area mediterranea la macina girevole ed il mulino ad acqua poi si espansero verso le valli alpine e l'Europa centrale. L'esistenza di veri e propri mulini in Valle Camonica può quindi essere datata con buona approssimazione dopo la conquista romana e intorno al II secolo d.C. La natura del territorio e i numerosi corsi d'acqua affluenti dell'Oglio, oltre all'abbondanza dei prodotti da ridurre in farina (segale, frumento nero, castagne), consentirono una notevole diffusione dei mulini in Valle Camonica, così come l'enorme possibilità di sfruttamento della forza motrice dell'acqua incise, non solo sul numero dei mulini, ma, presumibilmente, anche sulla natura giuridica e sociale della attività molitoria. Il mulino ad acqua infatti anche se "inventato" in età classica, di fatto diviene struttura dell'economia agricola soltanto in epoca medioevale 6 e tende quindi in molte parti d'Italia e d'Europa ad assumere connotati tipicamente feudali.
Era infatti il signore a disporre dell'uso del corso d'acqua e ad installarvi il mulino che diveniva inevitabilmente strumento di sfruttamento nei confronti dei contadini. Al signore feudale non mancava poi la possibilità di reprimere e soffocare tutte quelle 'forme di iniziativa privata come la molitura domestica a mano o quella ottenuta con macine azionate da animali, che i contadini cercavano di tenere in vita per sottrarsi ai balzelli e alle esose tangenti che il possesso monopolistico del mulino da parte del signore imponeva loro. Non a caso la lotta contro le "bana-lités" fu una delle componenti fondamentali della ribellione contadina contro i privilegi feudali che ebbe il suo sbocco nella rivoluzione francese. Ma non furono soltanto queste le conseguenze dell'affermarsi del mulino ad acqua; esso determinò una specializzazione artigianale rispetto ai tempi in cui i cereali venivano triturati nel mortaio o con altre forme di macina; con l'introduzione del mulino ad acqua si resero necessari mugnai dotati di una qualche competenza e questo li portò naturalmente a costituire corporazioni con proprie regole e propri privilegi.
Questo fenomeno della diffusione dell'arte del mugnaio fu certamente ampio in Valle Camonica dove, per le ragioni ambientali già citate, l'affermarsi dei mulini ad acqua fu rapido e incontrastato 7.
Inoltre in Valle Camonica, l'impossibilità di controllo di tutti i corsi d'acqua da parte dei feudatari, la frammentarietà dei nuclei abitati e la mancanza stessa di un feudatario egemone su tutta la zona, impedirono che il mulino assumesse quei connotati di strumento e simbolo di privilegio e sfruttamento feudale che ebbe altrove 8, e fecero sì che la diffu sione dei mulini avvenisse non tanto per l'iniziativa signorile quanto come organizzazione economica delle "vicinie".
Diffusa presenza di mulini e dimensione sociale e giuridica meno rigida e meno legata al privilegio feudale: sono queste due caratteristiche costanti della attività molitoria in Valle Camonica per tutto il periodo che va dal primo Medio Evo fino all'Unità nazionale. È significativo a questo proposito ciò che riferisce Alessandro Sina circa la diffusione dei mulini ad Esine nella seconda metà del XV secolo e circa il progressivo affermarsi dei mulini di proprietà della vicinia a scapito dei nobili Federici9. E nei "Capitoli per i molinari e Patti che devono osservare" citati sempre da Alessandro Sina e datati al 1596 si prevedono numerosi limiti e sanzioni nei confronti dei mugnai da parte delle autorità. Questo ci induce a pensare che anche dal punto di vista della stratificazione sociale, i mugnai e le loro corporazioni, pur essendo benestanti rispetto ai contadini, non dovessero godere di tutti quei privilegi di cui godevano in altre zone e che facevano di essi uno dei bersagli più costanti del risentimento e dell'odio di classe da parte della popolazione delle campagne. La diffusione dei mulini (ne elenca minuziosamente ben 110 lungo tutta la Valle) e la assenza di un monopolio feudale nell'uso degli stessi, viene confermata anche da Giovanni da Lezze nel suo catasdco del 1605. Ma non è questo il solo dato interessante che da quella indagine si può trarre, intanto perché i 110 mulini di cui egli parla lavorassero tutti si deve supporre che a quel tempo si producessero in Valle Camonica gra-naglie a sufficienza. Porta infatti testimonianza di diffusa produzione di castagne, di segale e di frumento nero e se denuncia un rischio per le popolazioni della Valle di trovarsi di fronte a gravi difficoltà economiche, lo attribuisce soltanto a possibili ulteriori limitazioni daziarie imposte al commercio della ferrarezza da parte delle autorità venete e non certo a scarsa produzione di granaglie.
Infatti bene o male una popolazione di circa 45.000 abitanti esistente allora in Valle Camonica riusciva a sopravvivere quasi esclusivamente grazie ai beni prodotti in loco, essendo necessari i guadagni tratti dal commercio delle ferrarezze (guadagno modesto a causa della politica di sfruttamento attuato dalla Repubblica Veneta) per l'acquisto del sale, degli animali da tiro, dei tessuti e del vino.
E sempre con riferimento alla discreta abbondanza di prodotti agricoli e destinati alla molitura presenti in Valle Camonica, Gabriele Rosa 10 sostiene che nel 1750 oltre Edolo il raccolto della segale superava il fabbisogno locale e nel 1803 si esportavano dalla Valle 4.000 quintali di castagne. Questo dato è confermato anche dal notaio Gianantonio Guar-neri nelle sue "Memorie sopra la Valle Camonica" citato da Bortolo Rizzi ". Egli parla infatti di un buon raccolto di frumento nel tratto di Valle che va dal lago a Cividate e di ottimo raccolto di castagne che eccede il fabbisogno al punto che buona partie di esso viene portato al mercato di Iseo.
Il Guarneri parla anche di un buon raccolto di frumento nero nel tratto che va da Cividate a Cedegolo e di un discreto raccolto di frumento vero e proprio. Ma il dato più interessante che egli fornisce nel suo documento che, ricordiamolo, è del 1844, riguarda il periodo antecedente il suo scritto. "Negli anni andati tanto il raccolto di segale tormento ed orzo, quanto del fieno, nelle parti al di sopra di Edolo, era assai più abbondante. Dopo il taglio sterminato dei boschi di alto fusto in questa Valle e nei paesi limitrofi, il raccolto tanto del grano quanto del fieno si è ridotto a meno della metà; e di anno in anno va diminuendo sensibilmente. Ottant'anni fa li cereali nei paesi sopra di Edolo, che contano circa 6.000 abitanti, non solo bastavano per il sostentamento di tutti, ma si faceva smercio di molta segale in Valtellina e nel Trentino, che sopravvanzava il bisogno degli abitanti".
La possibilità di produrre cibo e conseguente attività molitoria dovettero poi aumentare ulteriormente con l'introduzione della coltura di grano-
turco o mais12.
La legge 7 luglio 1868 meglio nota come "tassa sul macinato" entrò come un vero e proprio ciclone nel sistema molitorio italiano e provocò rivolgimenti di grande portata economica e sociale anche in Valle Ca-monica.
Molte colture di grano e di mais, già poco congeniali alla natura del terreno, sorte non in presenza di una vocazione economica della zona, ma soltanto còme frutto delle caratteristiche che da secoli aveva l'economia camuna, dovettero cessare perché divenute ormai antieconomiche in misura insostenibile.
Anche molti mulini dovettero chiudere; la tassa infatti, oltre a pesare sui contadini, determinò un tracollo nella attività dei mulini più piccoli e un mutamento radicale nel ruolo sociale del mugnaio che da protagonista privilegiato veniva ridotto ad esattore tartassato dal fisco.
Molti di essi dovettero chiudere i loro mulini e furono costretti ad emigrare ". Ma le conseguenze della tassa sul macinato non furono soltanto l'aumento del prezzo del pane, il disagio e la disperazione per molti contadini e l'emigrazione per molti mugnai; essa significò anche un processo di razionalizzazione della nostra economia agricola e in particolare della attività molitoria che da artigianale e familiare si avviò a divenire industriale e ad inserirsi nel tentativo di trasformazione capitalistica dell'Italia di fine secolo. Ha così inizio il rapido declino della presenza di mulini operanti in Valle Camonica; nati e diffusisi nell'ambito di una economia chiusa e in epoca di relativa abbondanza di granaglie e di castagne, vedono esaurire il proprio ruolo quando la razionalizzazione della agricoltura riduce di molto l'impiego di mano d'opera in questo settore, quando il disboscamento selvaggio elimina pressoché totalmente la produzione di castagne e soprattutto quando la Valle Camonica, inserita nella politica economica nazionale, sceglie la strada della industrializzazione siderurgica per il proprio decollo economico.
In epoca fascista e soprattutto negli anni dal '30 al '39, la politica economica del regime favorì l'agricoltura anche in quelle zone che per vocazione naturale risultavano meno qualificate. .
Con l'avvento dell'autarchia poi, questo fenomeno si accentuò ulteriormente e si determinò un ritorno alla vita dei campi e anche alla molitura. Non sono rari in Valle Camonica i casi in cui contadini e mugnai, emigrati per la crisi di fine secolo, ritornano alla loro vecchia attività e alle loro case.
Dopo la fine della guerra, il processo di abbandono sia dei mulini che dell'agricoltura riprende in forma massiccia e oggi i mulini restanti sopravvivono come realtà periferiche, come legame nostalgico di pochi, come residui di un costume di una mentalità e di un mondo agricolo in declino, come testimonianza culturale ed hanno perduto definitivamente quei connotati di struttura fondamentale dell'economia che per secoli avevano avuto.
Guglielmo Castagnetti
1. E. Anati,'Evoluzione e sfile nell'arte rupestre carnami. Edizioni del Centro 1975, p. 17.
2. Le più significative fra queste testimonianze sono:
Masso di Cemmo n. 2 - Scene di aratura con due coppie di buoi che trainano il carro a quattro
ruote e l'aratro.
Bedolina Roccia 17 - Scena di aratura composta dagli animali trainanti l'aratro e da numerose
figure di zappatori che seguono, intenti a rompere le zolle.
Seradina 1' Roccia - Scene di aratura.
Stele di Bagnolo presso Malegno - Scene di aratura.
Campanine presso Cimbergo - Aratro trainato da due buoi.
3. In queste scene ad esempio si può notare l'uso di un aratro completo di bure, che si innesta nel ceppo, formando un angolo di attacco tale da mantenere l'aratro ad una profondità costante, con sforzo minimo da parte dell'aratore.
La terra veniva zappata con strumenti di corno o di legno e, in epoca più recente, anche con strumenti di ferro. Buoi o cavalli, trainanti l'aratro tenuto all'estremità dall'uomo, passavano sulle zolle e dietro ad essi altre persone le rompevano e spianavano il terreno zappando qua e là. Gli aratri erano molto semplici, costituiti da pochi elementi in legno duro e rinforzati poi col ferro. È interessante osservare come questi aratri, a parte l'aggiunta di due alette laterali per ampliare le dimensioni del solco, abbiano mantenuto inalterate le loro forme nel corso dei millenni successivi e ciò non certo per una mancata evoluzione tecnologica, ma per esigenze imposte dalla natura del suolo. Infatti lungo i terrazzi scoscesi sostenuti da muretti a secco, posti sui fianchi della montagna, la terra tende a scivolare verso il basso a causa delle precipitazioni piovose che, scorrendo sul suolo, solcano i declivi. Utilizzando questo tipo di aratro che penetra nella terra di punta, la zolla viene spinta in superficie e portata in alto, evitando all'uomo la fatica di recuperarla a primavera, all'atto di preparare il terreno per la semina (cfr. Gaetano Forni, Fabbri e strumenti di lavorazione del suolo in Valle Camonica, "La Valle dei magli", Schei-willer, Milano 1978).
4. Giuseppe Sebesta, La Via dei mulini. Museo provinciale degli usi e costumi della gente trentina San Michele all'Adige, 1977.
5. Strabene, Rerum geographicarum libri, XII, 556. Vitruvio, De architectura libri, X, 257. Plinio, Naturalis historiae libri, XVIII, 23.
6. "Invenzione antica, il mulino ad acqua è medioevale dal punto di vista della sua diffusione". M. Bloch, Lavoro e tecnica nel medioevo, Laterza, Bari 1977, p. 83.
7. Non si ha notizia di grosse resistenze di forme di molitura domestica in Valle Camonica, ne di molitura azionata da animali, anche se il fenomeno non dovette essere del tutto assente visto che al capitolo 123 degli "Statuti della Valle Camonica riformati per deliberazione del Consiglio generale della Valle e confermati dal Serenissimo Principe di Venezia" dell'anno 1624, nell'elenco dei beni che è proibito pignorare o sequestrare contro la volontà del padrone, figurano "gli animali da giogo, i carri, i birrocci, i badili, gli aratri e altri strumenti necessari per coltivare la terra, nonché gli animali e gli utensili destinati ad uso dei mulini". (Statuti di Val-camonica. Libro I, San Marco Esine, p. 87).
8. "Commesso o appaltatore signorile e, in epoca successiva imprenditore in proprio, il mugnaio ha sempre sollevato l'odio dei contadini". (Del risentimento sociale dei contadini verso il mugnaio fornisce molte testimonianze Marck Bloch, op. cit., p. 94-95). Vi si dilunga anche l'inchiesta agraria promossa da Jacini nel 1877.
"Il mugnaio è il padrone del grano del contadino, è l'esattore del governo, e più ancora l'esattore crudele senza misericordia per se medesimo. Egli fissa la porzione di grano che gli tocca per la mulenda, ed ei medesimo se la prende dal sacco del contadino, fidandosi costui in lui ciecamente, ed anzi il più delle volte, e massime nell'estate, non sta neppure presente. Non esagera chi dice che il campagnolo è in signoria del macinatore". (Atti della giunta per l'inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola. Roma 1883-1886, voi. VI, f. 2, p. 561).
"I mulini a cui il contadino porta il suo grano, sono tutti mossi dall'acqua e appartengono a piccoli speculatori, i quali in breve tempo arricchiscono o perlomeno si formano un piccolo peculio... alle volte il mugnaio fa credito al povero bracciante, e gli anticipa il grano necessario per vivere. Apparentemente il mugnaio nulla guadagna, ma siccome poi è lui che macina la roba prestata, cosi comincia a lucrare perché da roba scadente e ne vuole della buona e perché della misura di grano somministrato è desso l'unico controllore" (A.G A. voi. Vili, f. 2, pagg. 656).
9. Nel 1476 Esine possedeva quattro mulini, i nobili Federici due. Uno di questi due ultimi passò pure di proprietà del Comune. In seguito la vicinia ne soppresse tré, così pure sparì quello dei nobili di modo che alla fine del '500 ne troviamo solamente tré: il molino della Contrada San Paolo, quello del Vaso e per ultimo quello del ponte. Essendo i molini di proprietà della comunità, anche il mugnaio, al quale era affidata la gestione per incanto, veniva a trovarsi alle dipendenze della medesima. (Alessandro Sina, Storia di una terra Camuna, Tipografia Queriniana, Brescia 1946, p. 42).
10. Gabriele Rosa, La Valle Camonica nella Storia, San Marco, Esine 1978, pp. 156-157.
11.Bortolo Rizzi, La Storia della Valle Camonica, Sardini, Brescia 1974.
12. Gabriele Rosa (op. cit., p. 107) sostiene che la coltura del mais fu introdotta per la prima volta a Lovere nel 1638. M. Compagnoni sul suo "Costa Volpino", Ed. Patr. S. Vincenzo, Clu-sone 1976, p. 189, sostiene tesi analoghe attribuendo la introduzione di questa coltura al nobile Pietro Gaioncelli reduce dalle Americhe nella prima metà del '600. Per certo a partire dalla fine del XVII secolo, la farina di mais affiancherà e poi supererà la stessa farina di castagne nei consumi giornalieri dei camuni. A testimonianza di ciò Lino Ertani in "Vita camuna di un tempo" cita una relazione del parroco di Darfo datata 10 luglio 1741 che scrive: "La terra di Darfo è composta d'anime 784 civili dalli anni 6 in su compresi li servi e famigli: dico 784. Di queste, altre si cibano di frumento e sono n. 7. Altre di pane misto di tormento e segala n. 40. Altre di pane segale e melga o miglio misti, buona parte. Il restante di buona polenta si cibano e di minusi. Circa ciò è moralmente impossibile il dare sicura notizia, mentre la maggior parte la mattina mangiano polenta e buona parte ne mangiano ancora la sera".
13. Sulla severità nella applicazione della legge sul macinato e sulle conseguenze che essa ebbe in Valle Camonica, citiamo il seguente documento inviato ai comuni della valle da parte dell'agente delle imposte di Breno in data 20 dicembre 1868: "in esecuzione di ordini superiori debbo interessare la S.V. perché voglia avvertire i mugnai ed i proprietari dei mulini che l'incarico di riscuotere la tassa deriva dalla legge 7 luglio 1868, e che qualora non assumano la riscossione della tassa medesima e non prestino la necessaria cauzione, non potrà essere loro rilasciata la licenza macinando generi soggetti a tassa, saranno passibili delle penalità comminate dall'articolo 16 della legge, e che il governo, come saprà tutelare gli esercenti nei loro diritti, così saprà anche far rispettare la legge". In altro documento del 1875 si ordinava poi ai mugnai che avevano chiuso i mulini di riaprirli, pena gravi sanzioni. Non bastarono però i rigori della legge ad evitare le conseguenze che dall'applicazione della legge derivavano, e ad impedire la fuga dalle campagne e dai mulini.

Home Page | Presentazione | La montagna oggi | Esempio di percorso | Paspardo | Cimbergo | Curiosità | Mappa del sito


Menu di sezione:


La montagna bresciana: la Valle Camonica - scuola di Paspardo © 2008 | sm-paspardo@libero.it

Torna ai contenuti | Torna al menu